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Il Carnevale PDF Stampa E-mail

Il Carnevale rappresenta un periodo di passaggio e come tale rientra nella diffusa concezione ciclica del tempo (scandita da rituali) che ogni cultura possiede. Durante questo periodo la tradizione vuole che alcuni gruppi di persone girando per le strade del paese intonano canti e balli accompagnati dal suono del cupa-cupa e da suoni stridenti di campanacci e campanelli. Questi rituali sono concepiti con il preciso scopo di abolire il ciclo di tempo trascorso, ricreare il caos primordiale e preparare il terreno per un altro ciclo temporale. Si svolgono tra vecchio e nuovo anno e sono definiti “riti di passaggio”. Comprendono: canti di questua, purificazioni e mascheramenti. 
Il canto del cupa-cupa rientra tra i canti di questua e spesso il sabato è il giorno scelto per portare il suo suono come accompagnamento del canto sull’uscio delle case. Solitamente l’esecutore del canto è colui che suona anche  lo strumento, seguito da altre persone che cantano in modo diafonico lo stesso ritornello, il tutto accompagnato dal tintinnio di un vomere percosso da un bastone di ferro, dal suono del tamburello e dalle festose note della fisarmonica (“mandacette”). Nel canto del cupa-cupa il testo verbale ha un ruolo di primo piano: il canto si presenta soprattutto come una declamazione intonata, in cui la principale preoccupazione degli esecutori è quella di rendere chiaramente percettibili le parole. 
Questo canto viene eseguito sulla soglia della porta, e soltanto dopo aver eseguito il canto il padrone di casa concede ai questuanti di entrare in casa. La soglia della porta rientra nei riti di passaggio, in cui rappresenta un fondamentale limite tra il mondo estraneo e il mondo domestico, tra il mondo profano e il mondo sacro (nel caso di un tempio). “Le soglie di qualsiasi casa, costituendo uno spazio di transizione dal dentro protetto al fuori esposto, sono zone critiche in cui vi può essere la presenza di spiriti, di morti. I questuanti, in quanto rappresenterebbero i morti, gli spiriti, non possono oltrepassare questo limite fra “dentro” e “fuori”, se non sotto invito del padrone di casa. Il mascheramento di questi uomini è costituito da “mantelle a ruote” (particolare mantello maschile), cappello, scarpe da lavoro, ecc... A fare compagnia ai suonatori non è raro incontrare un asino (“lu ciuccie”), animale dal palese significato allegorico attribuitogli, nell’occasione, dal popolo in festa e rappresentante di una determinata condizione sociale; quella contadina.  
Il gruppo dei musici e dei cantori prosegue per le vie del paese, portando il suono del cupa-cupa sull’uscio delle case. Appena entrati si continua a cantare, onorando il padrone di casa che, sentendo nominare il suo nome nel canto, offre cibo, vino e la “Sauzizze” tipico salame prodotto in casa. Essendo un onore essere scelti come meta dai suonatori e cantori, risulta poco gradito il rifiuto da parte di chi non accetta di ricevere il canto. Mentre il gruppo dei musici suona, le donne di casa preparano cibo da offrire ai questuanti. La serata continua fra un bicchiere di vino e una vera e propria rappresentazione teatrale, in cui i cantori e musicisti, si improvvisano attori comici. Per prendere congedo viene eseguito per l’ultima volta il canto del cupa-cupa e si continua diretti verso altre abitazioni. Oltre ai canti di questua (il cupa-cupa), nel periodo di Carnevale assistiamo anche ai canti di purificazione, eseguiti da “i Briulise”, che accompagnati sempre dal suono del cupa-cupa, mettono in scena ironicamente per le strade del paese la realtà degli anni ’50 e ’60, fatta di immigrazione e condizione servile. Durante il periodo di Carnevale I Briulise girano per le strade del paese al suono del cupa-cupa, dei tamburelli, dei campanacci e del “mandacetto”, per annunciare il loro arrivo e creando una allegria ed una confusione, quasi a voler impersonare il caos primordiale di un “tempo metastorico”. Molte erano le frasi ironiche che costituivano il canto dei “Briulise”, rivolte soprattutto alle famiglie nobili e ai padroni, grazie alle quali vi era un rovesciamento dello status sociale. Altro particolare interessante è la maschera di materiale ligneo raffigurante la faccia di un asino che essi indossano, dal palese significato allegorico e animale rappresentante di una determinata classe sociale; quella contadina. Siamo ancora una volta in presenza dell’asino, come animale fondamentale per i “rituali di passaggio. Inoltre il loro passaggio per il paese è scandito da un rumore assordante di campanacci che essi portano legati ai fianchi e alcuni arnesi agricoli cozzanti fra di loro (zappette, falci, ecc…). Tutte queste caratteristiche assumono la valenza di un vero e proprio “rituale di purificazione” per allontanare spiriti. Essendo il Carnevale con i suoi riti di questua, periodo di rinascita attraverso la ri-creazione di un tempo “lontano”, del “caos” (argomento ampiamente trattato sopra), gli strumenti musicali utilizzati non possono non essere caratterizzati da elementi generatori di rumori e fragori. La maschera usata nei riti di questua rientra negli antichi rituali del mascheramento ed è un espediente per abolire la propria personalità e diventare qualcun altro: frequentemente un animale (l’asino), una donna. Si annullerebbero così, in quel momento di sospensione tra il vecchio ed il nuovo anno, i confini della propria identità, per ri-creare se stessi. Il Carnevale è un capodanno, una festa d’inizio ciclo, che nei contesti di vita agro-pastorale, e di tradizione orale in genere, svolgeva la funzione di riscatto periodico, propria dei riti di rifondazione. Più specificamente, al Carnevale si riconosceva il valore di liberazione simbolica dalle varie negatività patite nel corso dell'esperienza ordinaria, mediante la provvisoria e trasgressiva affermazione di una realtà desiderata, quasi utopica, lontana dalla condizione esistenziale consueta. 
 
Le notizie sono state ricavate da varie fonti bibliografiche su Oppido Lucano e da materiale inedito e di ricerca.